Cari collaboratori, amici e lettori

direttoreÈ sempre bello trascorrere nel letto della cultura e dell’informazione un anno insieme. A volte siamo presi dall’inesorabile scorrere del tempo. A volte dal desiderio di eterno. Mentre la sola cosa eterna è, in fondo, lasciare qualcosa di noi ai posteri. Si è fatto del Bene e del Male per lasciare agli avvenire una parte di noi stessi: nel primo caso positiva, nell’altro negativa. È al positivo che dobbiamo pensare, evitando tutte le negatività che purtroppo hanno conquistato gran parte della nostra tormentata epoca, in cui non si riesce quasi a distinguere il bene dal male, il buono dal cattivo, l’onesto dal disonesto. È un’epoca a caratteri sfumati, dove il lecito e l’illecito si sposano sull’altare del profitto fine a se stesso, senza alcun messaggio sociale, senza alcun fine lontano, come se il mondo fosse sull’orlo del tramonto o del precipizio. Fattori climatici, culturali, religiosi, sociali, scientifici, ci inquietano, ma non possiamo vivere nell’eterno pericolo. È un’epoca la nostra in cui si drammatizza tutto. Le unioni fra i due sessi sono sull’onda dell’effimero e del fugace, un passaggio che si sacrifica al primo scambio di opinione, per cui l’ala del silenzio è sempre immanente per dire e non dire la sua.

terra-compleannoNessuno sembra avere uno scopo, se non quello dell’immanente, del “presente” e, nei casi migliori, del “giorno dopo”. Tutto ciò partorisce tristezza, malumore, inutile affanno. E se l’uomo non è propriamente “cupidus mori”, ovvero desideroso di morire, spesso è per legge di conservazione della specie e non per quel “desiderio di eterno”, che, pure, dovrebbe essere presente in tutti noi. Ci limitiamo a fissare l’attenzione all’immediato, a volte “non” stiamo bene insieme, non c’è feeling, non c’è passione, non ci sono sentimenti, anzi questi sembrano esserci per lo spazio di un mattino. Mancando questi valori, non resta agli uomini che l’inutile, spregevole, assurdo materialismo. La Rivoluzione Industriale ha dato vita all’anima commerciale del mondo. Il nostro “essere” si identifica con il nostro “avere”, per cui anche l’intima onestà diviene pallido tramonto. Nei giorni di festa l’uomo ritrova forse la parte migliore di se stesso, mette a tacere la “bestia” e il “serpente”, per andare a riprenderli “il giorno dopo”. Così perfino le sue belle parole divengono beffa incredibile. Ora, dopo che tanta via ho percorso, mi accorgo che anche le cose più grandi non sono che tragica illusione. E desumo che se l’uomo avesse fatto perno sui sentimenti, avrebbe avuto una dimensione migliore di se stesso. Non avrebbe seguito soltanto le evoluzioni economiche (tuttavia importantissime), ma avrebbe cercato se stesso da neo-Diogene. Ne è prova che dove l’ascetismo è più “sviluppato”, là si ottengono le migliori “forme di vita”. Siamo, invece, in presenza di un mondo dedito all’offesa, che si gratifica offendendo il prossimo, dimenticando che l’offesa non danneggia chi la riceve, bensì chi la arreca, poiché offendere è “sempre” stupidità e desiderio di prevalere sugli altri non con le proprie capacità, ma “abbassando” gli altri. A queste “cose gratuite” l’uomo superiore risponde con l’indifferenza, unico saggio antidoto. E tuttavia anche questo saggio rimedio ha i suoi limiti perché genera silenzio, solitudine, tristezza, malinconia. E non bastano Natale e Capodanno a redimere la stupidità umana, che talvolta non ha limiti. Nel continuo parlare di se stesso l’uomo suppone di elevarsi, di divenire “uomo-Dio”, nel mentre sta manifestando il massimo della sua abiezione.

L’occasione del Natale è, per tutto questo, un attimo lunghissimo ed eterno di riflessione, la grande “interiore” riflessione, che ci consente di guardare in noi stessi per meglio comprendere il prossimo e considerare che la vita sia “sempre e comunque” un tragitto da compiere insieme, sulla stessa nave. E se questa nave non di rado è guidata da nocchieri insufficienti, anche in tal caso dovremo interrogarci per desumere che “in fondo” tutti siamo colpevoli, pur in dimensioni diverse, pur con sfumature differenti. Non corriamo dunque verso le mete assurde della vita. La vita è “sempre” una sorgente di gioia e, certamente, è qualcosa più importante di ciò a cui l’abbiamo “condannata” noi. E siccome la cultura e l’informazione uniscono, “quei giorni” di festa saremo tutti idealmente insieme per volare sulle ali di una vita che non sia soltanto l’etica del quotidiano, del benessere del “giorno dopo” e del sacrificio dei sentimenti migliori. Il mondo è sempre policromo e pluridimensionale: sta a noi viverlo nelle più “grandi dimensioni”.

Auguri a tutti. Eliano Bellanova