1919–2019: A un secolo dai trattati di pace…

Il Trattato di Berlino del 1878 aveva inaugurato un’Europa meno dilaniata da conflitti e contrasti.

L’Europa proveniva dalle lotte Risorgimentali, dai tentativi in armi di imporsi sulle altre potenze, dalla ricerca dello “spazio vitale”, che da Carlo Magno in poi aveva interessato i vari Stati egemoni o potenze continentali che dir si voglia.

Tuttavia, mentre le grandi dinastie regnanti si contendono il primato con alterni risultati e vicende, un’altra Europa reclama i diritti vitali: l’Europa dei popoli, dei nuovi schieramenti politici e delle associazioni di diverso genere (sindacali, religiose, morali, di pubblica utilità…).

Parallelamente all’Europa “dinastica” si afferma e si fa strada, con conio tipo “laissez passer-laissez faire”, quel sentimento popolare che nella Rivoluzione Francese si era manifestato, non trovando, poi, concreta attuazione con Napoleone Bonaparte, reo di una nuova edizione della volontà di potenza.

Lo spirito rivoluzionario non era, però, morto e sepolto: esso nell’Ottocento, uscendo dalla teoria dei “lumi”, si afferma attraverso il liberalismo, il socialismo, il Romanticismo, le Società Segrete e il desiderio di libertà e autodeterminazione dei popoli.

All’Europa “delle armi” e delle “dinastie” si contrappone l’Europa degli “umili”, dei “depressi”, degli “oppressi”, degli uomini. È il risveglio con cui gli antichi regimi dovranno fare i conti.

Lo Stato federale per eccellenza, l’Impero Austriaco, ha dalla sua un’efficiente organizzazione sociale e burocratica, che, pur tuttavia, non si rivelerà determinante ai fini della sopravvivenza.

Il 28 giugno 1914 a svegliare il Vecchio Continente dal soporifero e presunto sonno di tipo massonico è l’attentato a Francesco Ferdinando, erede presuntivo della corona austroungarica, e alla moglie morganatica Sofia Chotek.

Il teatro europeo dalla pantomima del proscenio “si espande” sul palco della recita. Mentre la “Belle Epoque” cede, al suon di musica e melodiche canzoni romantiche, lo scettro all’infuocato scambio diplomatico, preludio del Primo Conflitto Mondiale, le Alleanze costituitesi fra la fine del Secolo XIX e l’inizio del XX si scambiano continui messaggi di conio profondamente diverso da quelli che si scambiano le odierne generazioni con tablet e telefonini.

La visita di Francesco Ferdinando, fautore di una specie di “Tetrarchia” che privilegiasse le componenti tedesche, ungheresi e slave del “composito” Impero Absburgico, è da molti ritenuta imprudente, in quanto coincidente con l’anniversario dell’umiliante sconfitta serba ad opera dei Turchi nella Battaglia del Kosovo, avvenuta nel 1349, e, seppure siano trascorsi ben cinque secoli e 65 anni, il ricordo è intatto e ricorre nell’inesausto spirito slavo con fervore patriottico esasperato.

Se l’evento “catalizzatore” è dato da una potenza straniera che “sfida la ricorrenza”, le cose si complicano ulteriormente, sì da costituire un “casus belli”.

Certo… a Serajevo, capitale della Bosnia soggetta all’amministrazione austriaca, non sono di scena i turchi, ma “semplicemente” l’erede al trono austriaco e la consorte.

Essi non costituiscono una minaccia per la Serbia, ma ben diversamente pensano la Mlada Bosna, la Narodna Odbrana e la Mano Nera, suprema artefice di tutti i moti irredentistici.

Gavrilo Princip è uno studente serbo-bosniaco appena ventenne, ma allora i ventenni facevano la storia. Non agisce certamente da solo, coadiuvato com’è da altri “congiurati”, fra i quali il tipografo Gabrinovič.

L’attentato ai danni della coppia imperiale è certamente un pretesto, visto che precedentemente altri attentati “importanti” non avevano suscitato soverchie reazioni, compreso quello all’Imperatrice Elisabetta di Baviera, la celebre Sissy, moglie di Francesco Giuseppe, opera dell’anarchico italiano Luigi Luccheni sul Lungolago di Ginevra. “Non è niente…” – aveva sospirato Elisabetta alla dama con cui si accompagnava. Eppure, salita sul vaporetto, l’emorragia la obbligò ad abdicare alla vita terrena.

E poi… era l’epoca degli attentati a eminenti personalità politiche e regnanti, per cui se essi suscitavano primitivi clamori, ben presto cedevano il passo ad altri eventi.

Francesco Giuseppe in 68 anni di regno perde regioni e familiari, finisce per “ornare” i giornali satirici, come l’Asino, è posto in caricatura da artisti più o meno noti e più o meno interessati.

Egli è un monarca composto, non batte ciglio, ha spalle larghe, subisce e sopporta, ma nel 1914 l’esasperato clima internazionale, la lunga teoria delle Guerre Balcaniche, la ricerca dello spazio vitale, l’intransigenza germanica e il panslavismo russo e dei “collegati” promettono un’Europa di sangue e tragedie.

Le parole “Germanentum” e “Slaventum” non appassionano soltanto i latinisti e i glottologi. Ben altri e più interessati e pericolosi soggetti le devolveranno a loro favore o, almeno, tenteranno di farlo.

Le reazioni in territorio imperiale all’attentato di Serajevo si estendono a macchia d’olio. Interessano Vienna, Budapest, Brno e altri centri minori.

Il kaiser Guglielmo II spinge l’Austria verso il “definitivo” regolamento di conti con la Serbia

In seno alla Cancelleria viennese le cose non vanno diversamente… Il Ministro degli Esteri conte Berchtold, il barone Conrad Von Hötzendorf e Von Below, sono favorevoli a “dare una lezione alla Serbia”, ritenuta mandante dell’attentato, prima ancora che ciò fosse provato.

Tuttavia le diplomazie russa, tedesca, inglese e francese sembrano nutrire fiducia in una composizione pacifica della vicenda.

In effetti si dà luogo a una querelle diplomatica in cui domina sovrano il “doppiogiochismo”.

Il tragico balletto dura fino al 23 luglio, allorquando l’Austria-Ungheria invia al Governo serbo un ultimatum con scadenza di sole 48 ore, accolto quasi interamente. Ne è “esente” il punto che prevede la presenza di giudici austriaci in seno alla Commissione d’Inchiesta, per la cui richiesta il Ministro serbo Pasic si appella al Tribunale Internazionale dell’Aia.

L’Austria non si ritiene pienamente soddisfatta e il Ministro competente per la Serbia, barone Von Giesl se ne fa portavoce.

Il 28 luglio il Conte Berchtold dà ordine di affiggere il proclama della dichiarazione di guerra alla Serbia.

Il Congresso di Berlino è archiviato e l’Europa si affida alle armi.

La mobilitazione parziale diverrà totale…

Il 29 luglio la Corte d’Assise della Senna pronuncia la sentenza di assoluzione della signora Cailleaux, mentre cadono le prime vittime.

Oltre quattro anni di guerra interesseranno dapprima l’Europa e poi gran parte del mondo.

La Prima Guerra Mondiale decreterà la fine degli Imperi Russo, Tedesco, Austriaco e Ottomano, antiche o recenti strutture che cedono al cambiamento…

A Versailles un secolo fa si decise la sorte del mondo.

A distanza di 20 anni, nel 1939, mentre ancora non era sopita l’eco della Prima Guerra Mondiale, un’altra immane tragedia avrebbe interessato il mondo: la Seconda Guerra Mondiale.

Il Primo Conflitto non era stato ancora scritto, quando una nuova tempesta interessò il globo terracqueo…

La Prima Guerra Mondiale era stata una guerra di scarso movimento e di verminose trincee, sporche come “favelas” e, per giunta, martoriate da gas asfissianti e ritmici o frenetici colpi di artiglieria.

La Seconda Guerra Mondiale sarà una guerra di movimento, uomini e mezzi, con investimento di capitali fino all’assurdo.

Nessuna delle due guerre riuscì nell’intento di fornire un assetto stabile al mondo.

Nuove nubi, foriere di terrificanti distruzioni, si addensano infatti all’orizzonte umano.

L’arma atomica – che nella Seconda Guerra Mondiale fa capolino con l’epilogo di Hiroshima e Nagasaky – ha raggiunto nel tempo uno sviluppo inquietante, al punto di interessare non solo il pianeta Terra, ma anche parte del sistema solare, con la prospettiva delle “guerre stellari”, forse punto di arrivo e “fine” della follia dell’uomo.

Si tratta delle tristi eredità di Versailles, Teheran, Yalta e Potsdam…

 

Eliano Bellanova